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lunedì 25 giugno 2012

Tasse, Lavoro e Squinzilie varie



Alcuni giorni fa, all'assemblea annuale di Confindustria, il neo-presidente Giorgio Squinzi ha affermato che la pressione fiscale sulle imprese è "intollerabile", tra le più alte al mondo.
Sbalorditivo! Ma che cosa intende Squinzi con il "68,5% di tassazione reale"? Il dato, riportato a pappagallo sui maggiori quotidiani nazionali, indicherebbero secondo i confindustriali e i loro sodali, che la tassazione è troppo alta, ed è quindi necessario "riformare il fisco": tradotto significa semplicemente meno soldi da pagare allo Stato per le imprese.
Ma andiamo a vedere i numeri a sostegno della tesi del buon Squinzi.
Egli si riferisce in realtà ai dati della World Bank 2011 ed il dato che menziona è riferito alla tassazione espressa come -Total tax rate (% of profit)-.
In sostanza, un'impresa italiana mediamente paga al fisco una quantità pari al 68,6% dei propri profitti.
In effetti la percentuale è alta, anche se siamo in buona compagnia: la Francia per esempio riporta il 65,8%.
Il problema è che in realtà il dato percentuale è piuttosto alto non perché il costo del lavoro sia alto, ma soprattutto perché da molti anni i guadagni delle imprese italiane sono in costante diminuzione.
Il costo del lavoro reale, in Italia, è di 26,8 euro all'ora,inferiore a quello dell'Europa a 17 (27,6 euro/h) , ed appena superiore a quello dell'Europa a 27 ( 23,1 euro/h) ( (dati Eurostat 2010).
Il dato tiene conto di retribuzione lorda (ovviamente la fetta più grande), tredicesima, TFR, ferie, eventuali straordinari e contributi sociali: non si scordi che spesso si parla dell'IRAP come di un balzello inutile, dimenticando che è grazie a quello che si contribuisce per circa il 40% all'assistenza sanitaria .
Il costo del lavoro reale è perciò basso, soprattutto considerando che nell'Europa a 17 vi sono paesi in cui il costo della vita è sensibilmente inferiore al nostro (come ad esempio Slovenia, Slovacchia, Grecia...).
Senza contare inoltre che nelle statistiche non si considerano le imprese con meno di 9 dipendenti, che in italia, sono molto di più che nei paesi UE: in queste, le retribuzioni sono ancora più basse.
E non viene considerato nemmeno il lavoro nero o l'evasione fiscale!
Perché allora, se il costo del lavoro risulta allineato alla media europea, le imprese del Belpaese faticano a tenere il passo? Perché manca la competitività?
I motivi sono molteplici, a partire da quelli macroeconomici, ma anche a burocrazia, assenza di una politica industriale decente, mancanza di investimenti in ricerca e sviluppo, carenza di innovazione e di sfruttamento del lavoro altamente qualificato.
E qui Squinzi, e con lui la classe dirigente dell'industria italiana, dovrebbe recitare il mea culpa spiegando come mai, negli ultimi venti anni, abbiano puntato tutto sulla delocalizzazione, il lavoro precario (a proposito, non doveva portare ad un aumento della produttività quello?) e la stagnazione dei salari, ora tra i più bassi in Europa.
Avanti così, il modello cinese ci salverà!

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